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La fattoria degli animali (titolo inglese Animal Farm, pubblicato in Inghilterra nel 1945) è un romanzo satirico dello scrittore britannico George Orwell e anticipa il fallimento di una rivoluzione morta già prima di nascere, quella della società di eguali. Tutto sommato un monito per chi oggi ancora crede (o vuole credere) alla disinformazione tuttora propagata in certe scuole italiane, mentre in realtà basta un po’ di buon senso e qualche statistica alla mano per bandire il sogno del male …

La fattoria degli animali di George Orwell – Capitolo I – X
tratto da Archivio Internet dei Marxisti
Il signor Jones, della Fattoria Padronale, serrò a chiave il pollaio per la notte, ma, ubriaco com’era, scordò di chiudere le finestrelle. Nel cerchio di luce della sua lanterna che danzava da una parte all’altra attraversò barcollando il cortile, diede un calcio alla porta retrostante la casa, da un bariletto nel retrocucina spillò un ultimo bicchiere di birra, poi si avviò su, verso il letto, dove la signora Jones già stava russando …
Altre voci correlate:
George Orwell, Biografia e opere
da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
«Se i fatti invece dicono il contrario, allora bisogna alterare i fatti. Così la storia si riscrive di continuo. Questa quotidiana falsificazione del passato, intrapresa e condotta dal Ministero della Verità, è necessaria alla stabilità del regime. [...] La mutabilità del passato è il dogma centrale.» [ George Orwell ].
Incompatibili comunismo e libertà
intervento di Walter Veltroni, La Stampa 16 ottobre 1999
Su "La Stampa" di ieri, Gianni Riotta scrive: "E’ arrivato il momento di riconoscere che la rivoluzione russa non fu un successo tradito, ma lo stravolgimento di tanti nobili ideali". Riotta ci chiede di riconoscerci in questa affermazione. Lo faccio volentieri e sinceramente. Ma l’ho già fatto, nella mozione che ho presentato per il prossimo, primo congresso dei Democratici di sinistra. Il secolo che muore, il Novecento, viene in quel documento definito come "il secolo del sangue. Il secolo in cui degli uomini hanno potuto immaginare e realizzare il genocidio degli Ebrei. Il secolo di Auschwitz, delle vittime delle persecuzioni del nazismo. E il secolo della tragedia del comunismo, di Ian Palach, dei gulag, degli orrori dello stalinismo". Lo stalinismo come il nazismo, i gulag e Auschwitz, il comunismo come tragedia del Novecento. Cosa si può dire di più netto e chiaro?
Né si tratta solo di giudizi retrospettivi. Parlando alla festa nazionale dell’Unità, a Modena, davanti al popolo diessino con le sue bandiere e i suoi striscioni, dicevo che "il secolo che si sta concludendo ci ha insegnato, in modo tragicamente chiaro, che giustizia e libertà sono due valori inscindibili: non può esserci vera libertà dove non c’è giustizia; e non può esserci vera giustizia senza libertà, senza democrazia, senza rispetto rigoroso e integrale dei diritti umani. Lo abbiamo detto più volte in questi mesi, a voce sempre più alta, senza guardare alla lingua, alla religione, o al colore delle bandiere dei nostri interlocutori". E citavo la Birmania e Cuba, la Turchia e la Serbia, Timor Est e la Cina, definendo lo sconosciuto ragazzo di Piazza Tien-An-Men, che ebbe il coraggio di pararsi da solo e inerme davanti ad una colonna di carriarmati, come "il simbolo del migliore Novecento".
Ma Riotta va oltre e ci chiede di "sciogliere il legame con la politica di tutto il Pci". Noi abbiamo fatto di più. Abbiamo sciolto il Pci. Lo abbiamo fatto dieci anni fa, con la svolta di Occhetto. Con uno strappo violento. Non solo con una drammatica scissione politica, ma attraversando un percorso di dolore umano autentico, mettendo in discussione biografie individuali e collettive e allo stesso tempo provando un senso di liberazione. Dicemmo, noi che avevamo poco più di trent’anni, che una storia, grande e tragica, era finita, per sempre. Tra noi c’erano, e ci sono, idee diverse sulla velocità e il senso di marcia di quel cambiamento. Tuttavia quella storia finì.
Il Pci che ho conosciuto era una strana creatura. Principale partito della sinistra, ha raggiunto il trentacinque per cento, senza mai governare. Era un luogo nel quale potevano convivere i comunisti con gli iscritti e gli elettori del Pci. Non erano tutti la stessa cosa. Quanti erano, nel trentacinque per cento di elettori del ‘76, quanti anche tra i dirigenti, coloro che credevano alla ideologia comunista, al socialismo realizzato, al partito unico, alla dittatura del proletariato, alle nazionalizzazioni, al patto di Varsavia? Quanti? Non era il Pci di Berlinguer, anche, il luogo nel quale si ritrovava una riserva di energie ideali e morali di una società civile democratica che non amava chi era, da tanti anni, al potere in Italia?
Ci si guardi intorno, ci si guardi all’interno. Quanti di coloro che scrivono sui giornali, che insegnano all’università, che producono, hanno votato il Pci in quegli anni? Errori giovanili? Un abbaglio collettivo?
Si poteva stare nel Pci senza essere comunisti. Era possibile, è stato così. Tuttavia era una contraddizione. Perché quel Pci solo allora, dopo la Cecoslovacchia, cominciò a fare i conti con fatica con la realtà del socialismo realizzato. E più da esso si allontanava, più la contraddizione si faceva esplosiva. Noi trentenni "finimmo" la storia del Pci, perché la contraddizione era diventata insostenibile. In primo luogo per noi, per una generazione che aveva l’Urss come avversario e la democrazia occidentale nel Dna, nel vissuto, nella formazione culturale. Io ero ragazzo, negli anni Settanta, ma pensavo che avesse ragione Ian Palach e non i carri armati dell’invasione sovietica. Io ero ragazzo, allora, ma consideravo Breznev un avversario, la sua dittatura un nemico da abbattere. Ci sembrava che Berlinguer facesse, in quel tempo, cose coraggiose. Tutti i giornali italiani "aprirono" a nove colonne quando Berlinguer disse al congresso del Pcus che "La democrazia è un valore universale". Sembrò a tutti che la dichiarazione della preferenza per la Nato del ‘76 fosse uno straordinario atto di coraggio politico. In quei tempi lo era. Come le carte del Kgb contro Berlinguer dimostrano.
Ma il Pci e la sua storia erano stati altro. Erano stati le lacrime per Stalin e l’appoggio alla repressione della rivolta di Ungheria. Era stato il linciaggio politico di Giuseppe Di Vittorio in una Direzione, quella del ‘56, la cui lettura degli atti provoca brividi lungo la schiena.
Comunismo e libertà sono stati incompatibili, questa è stata la grande tragedia europea del dopo-Auschwitz.
E se oggi dovessi guardare alle idee che hanno attraversato la storia della sinistra italiana di questo secolo dovrei, in cerca di culture ancora feconde, comporre un mosaico complesso: Gobetti, Rosselli, Gramsci, Spinelli, Colorni, Ernesto Rossi, Lombardi, Parri, Dossetti, don Milani. Esperienze diverse, spesso conflittuali tra loro, certo. Ma sono i filoni di pensiero che hanno mostrato di essere tanto vivi da attraversare il ventre del Novecento e giungere fin qui.
Una settimana fa, su queste colonne, Barbara Spinelli ci chiedeva di prendere atto che la sinistra italiana non è nata nell’Ottantanove. Ha ragione. Culturalmente è vero.
Ma politicamente la sinistra italiana di oggi nasce dalla fine del Pci, della sua contraddizione interna. Dal dissolversi di quello che Riotta chiama "lo spettro dell’Urss", che "ha impedito, per un secolo, alla sinistra italiana di crescere libera e maggioritaria". Dal liberarsi di energie che hanno consentito ciò che non era mai successo: che le culture riformiste si incontrassero, contaminassero, unissero.
Concludendo la sua celebre storia del Novecento, "Il secolo breve", Eric Hobsbawm osserva, non senza angoscia, che noi uomini e donne di questa fine secolo "non sappiamo dove stiamo andando. Sappiamo solo che la storia ci ha portato a questo punto e sappiamo anche perché. Una cosa però ci è chiara. Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società cambiata, è il buio".
So bene che l’ombra del comunismo continuerà a pesare a lungo, come un’ipoteca, sulle sorti della sinistra italiana. Ma so anche che si tratta di un’ombra che nessuna nuova parola, detta o scritta, può dissolvere completamente. Solo il tempo potrà farlo. Un tempo nel quale la politica, anche la politica dei Ds, deve sforzarsi di fare i conti con la propria innovazione culturale e con le grandi sfide del domani: se non vogliamo che l’ombra del passato si tocchi, fino a confondersi, col buio del futuro.
CONDANNA INTERNAZIONALE DEI CRIMINI DEI REGIMI TOTALITARI COMUNISTI
Il 25 gennaio 2006 l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa approva la Risoluzione n. 1481, che condanna i crimini dei regimi comunisti europei. Si riporta di seguito il testo integrale della Risoluzione, tradotto a cura della Associazione Naizonale dei Democratici Cristiani.
1. L’Assemblea parlamentare fa riferimento alla sua Risoluzione 1096 (1996) sulle misure per smantellare l’eredità dei sistemi totalitari comunisti.
2. I regimi totalitari comunisti che governarono nell’Europa Centrale ed Orientale nel secolo passato, e che sono tuttora al potere in molti Paesi del mondo, sono stati, senza ccezioni, caratterizzati da massicce violazioni dei diritti umani. Le violazioni hanno differito in funzione della cultura, del Paese e del periodo storico e hanno incluso assassini ed esecuzioni individuali e collettive, morti in campi di concentramento, fame, deportazioni, torture, lavoro in schiavitù e altre forme di terrore fisico di massa, persecuzioni su base religosa o etnica, violazioni della libertà di coscienza, pensiero e parola, della libertà di stampa, e mancanza del pluralismo politico.
3. I crimini sono stati giustificati in nome della teoria della lotta di classe e del principio della dittatura del proletariato. L’interpetazione di entrambi i principi hanno legittimato la "eliminazione" di popoli considerati nocivi alla costruzione di una nuova società e, come tali, nemici dei regimi totalitari comunisti. Un vasto numero di vittime in ogni Paese coinvolto furono propri connazionali. Fu il caso particolarmente dei popoli dell’ex URSS che di gran lunga superarono altri popoli in termini di numero di vittime.
4. L’Assemblea riconosce che, nonostante i crimini dei regimi totalitari comunisti, alcuni partiti comunisti europei hanno contribuito a conseguire la democrazia.
5. La caduta dei regimi totalitari comunisti nell’Europa Centrale ed Orientale non è stata seguita in tutti i casi da una inchiesta internazionale sui crimini da loro commessi. Inoltre, gli autori di questi crimini non sono stati portati in giudizio dalla comunità internazionale, come fu il caso dei crimini orribili commessi dal nazionalsocialismo.
6. Conseguentemente, la coscienza pubblica dei crimini commessi dai regimi totalitari comunisti è molto povera. I partiti comunisti sono legali e attivi in vari Paesi, anche se in molti casi non si sono distanziati dai crimini commessi nel passato dai regimi totalitari comunisti.
7. L’Assemblea è convinta che la coscienza della storia sia una delle precondizioni per evitare simili crimini nel futuro. Inoltre, la denuncia e la condanna morale dei crimini commessi svolge un importante ruolo nell’educazione delle giovani generazioni. la chiara posizione della comunità internazionale sul passato può essere un riferimento per le sue azioni future.
8. Inoltre, l’Assemblea ritiene che quelle vittime dei crimini commessi dai regimi totalitari comunisti che sono ancora vive e le loro famiglie, meritino simpatia, comprensione e riconoscenza per le loro sofferenze.
9. I regimi totalitari comunisti sono tuttora attivi in vari Paesi del mondo ed i crimini continuano ad essere commessi. La percezione dell’interesse nazionale non dovrebbe prevenire i Paesi da una adeguata critica agli attuali regimi totalitari comunisti. L’Assemblea condanna con forza tutte quelle violazioni dei diritti umani.
10. I dibattiti e le condanne che hanno avuto luogo da tempo a livello nazionale in vari stati membri del Consiglio d’Europa non possono dispensare la comunità internazionale da prendere una chiara posizione sui crimini commessi dai regimi totalitari comunisti. C’è un obbligo morale a farlo senza ogni ulteriore ritardo.
11. Il Consiglio d’Europa è nella posizione per tale dibattito a livello internazionale. Tutti i Paesi europei ex comunisti, con l’eccezione della Bielorussia, sono oggi suoi membri e la protezione dei diritti umani e lo stato di diritto sono i valori fondamentali su cui si basano.
12. Inoltre, l’Assemblea parlamentare condanna con forza le massicce violazioni dei diritti umani commesse dai regimi totalitari comunisti ed esprime simpatia, comprensione e riconoscenza alle vittime di tali crimini.
13. Inoltre, richiama tutti i partiti comunisti o post-comunisti nei suoi Stati membri che non lo hanno già fatto di valutare di nuovo la storia del comunismo e del proprio passato, di prendere chiaramente le distanze dai crimini commessi dai regimi totalitari comunisti e di condannarli senza alcuna ambiguità.
14. L’Assemblea ritiene che questa chiara posizione della comunità internazionale aprirà la via alla riconciliazione. Inoltre, incoraggerà con fiducia gli storici di tutto il mondo a continuare le loro ricerche finalizzate a determinare ed a verificare oggettivamente quanto avvenuto.
[testo adottato dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa il 25 gennaio 2006]
Risoluzione 1481 in lingua inglese
Cifre allegate alla documentazione inglese: Doc. 10765
Need for international condemnation of crimes of totalitarian communist regimes
Le cifre, tragiche, dei crimini del comunismo:
dice la risoluzione
il numero delle persone uccise dai regimi comunisti è questo:
Unione Sovietica, 20 milioni di vittime;
Cina, 65 milioni;
Vietnam, 1 milione;
Corea del Nord, 2 milioni;
Cambogia, 2 milioni;
Europa Orientale, 1 milione;
America Latina, 150 mila;
Africa, 1,7 milioni;
Afghanistan, 1,5 milioni.
Il totale, secondo la risoluzione di condanna, sfiora i 100 milioni di vittime
tra esecuzioni individuali e collettive,
decessi nei campi di concentramento,
vittime della fame e delle deportazioni.
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