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Il "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani", scritto nel 1824 e pubblicato nel 1906, è uno dei più brillanti esempi della capacità di penetrazione del filosofo Giacomo Leopardi …

… Il grandissimo e incontrastabile beneficio della rinata civiltà e del risorgimento de’ lumi si è di averci liberato da quello stato egualmente lontano dalla coltura e dalla natura proprio de’ tempi bassi, cioè di tempi corrottissimi; da quello stato che non era né civile né naturale, cioè propriamente e semplicemente barbaro, da quella ignoranza molto peggiore e più dannosa di quella de’ fanciulli e degli uomini primitivi, dalla superstizione, dalla viltà e codardia crudele e sanguinaria, dall’inerzia e timidità ambiziosa, intrigante e oppressiva, dalla tirannide all’orientale, inquieta e micidiale, dall’abuso eccessivo del duello, dalla feudalità del Baronaggio e dal vassallaggio, dal celibato volontario o forzoso, ecclesiastico o secolare, dalla mancanza d’ogn’industria e deperimento e languore dell’agricoltura, dalla spopolazione, povertà, fame, peste che seguivano ad ogni tratto da tali cagioni, dagli odii ereditarii e di famiglia, dalle guerre continue e mortali e devastazioni e incendi di città e di campagna tra Re e Baroni, Baroni e vassalli, città e città, fazioni e fazioni, famiglie e famiglie, dallo spirito non d’eroismo ma di cavalleria e d’assassineria, dalla ferocia non mai usata per la patria né per la nazione, dalla total mancanza di nome e di amor nazionale patrio, e di nazioni, dai disordini orribili nel governo, anzi dal niun governo, niuna legge, niuna forma costante di repubblica e amministrazione, incertezza della giustizia, de’ diritti, delle leggi, degl’instituti e regolamenti, tutto in potestà e a discrezione e piacere della forza, e questa per lo più posseduta e usata senza coraggio, e il coraggio non mai per la patria e i pericoli non mai incontrati per lei, né per gloria, ma per danari, per vendetta, per odio, per basse ambizioni e passioni, o per superstizioni e pregiudizi, i vizi non coperti d’alcun colore, le colpe non curanti di giustificazione alcuna, i costumi sfacciatamente infami anche ne’ più grandi e in quelli eziandio che facean professione di vita e carattere più santo, guerre di religione, intolleranza religiosa, inquisizione, veleni, supplizi orribili verso i rei veri o pretesi, o i nemici, niun diritto delle genti, tortura, prove del fuoco, e cose tali …
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Voci correlate:
Leopardi e l’idiozia del secolo
di Emanuele Severino
da Corriere della Sera – 12 settembre 1999
L’occhio del poeta sulle contraddizioni dell’Occidente – Leopardi è stato un grande critico del proprio tempo. I critici del nostro avrebbero molto da imparare da lui. Lo illustra con efficacia un bel libro di Ferruccio Monterosso, "Leopardi tra noi", ricco di temi e di suggestioni, discreto e penetrante. Inoltre, Monterosso conosce i limiti del moralismo. Leopardi infatti non si illudeva di poter guarire, con i suoi discorsi, gli uomini dai loro difetti. Vedeva che, come sempre, si sarebbe fatta avanti la Forza capace di spazzare via tutto. E nella ragione moderna vedeva la grande alleata e la testimone di tale Forza. La maggior parte della gente è idiota e disonesta. Cioè si illude, col suo agire, di costruirsi una protezione. Ma la ragione moderna porta alla luce la verità (la sua verità): mostra con chiarezza sempre più stringente che tutte le protezioni e tutti i ripari che l’uomo va costruendo per difendersi dal nulla sono apparenti e destinati a franare. Tra l’idiozia e malvagità della gente si fa strada di prepotenza la cruda luce della verità. L’ottusità dello sguardo è vanificata dalla verità terribile. Poiché tutte le illusioni sono destinate a dissolversi, si dissolverà anche l’illusione che consiste nel lasciarsi avvolgere dall’idiozia e dalla malvagità. Le ultime parole stupide si strozzeranno nella gola degli stupidi. La "nobile natura" intona invece il grande canto della morte e in esso trova l’"ultimo quasi rifugio", prima della "quiete altissima". L’apertura mentale di Monterosso unisce alle competenze letterarie anche quelle filosofiche. Comunque, per essere dalla parte giusta non basta essere critici della società in cui si vive. Bisogna essere innanzitutto buoni critici. La bontà della critica di Leopardi è straordinaria. Non se ne avvedono gli studiosi di cose filosofiche; è inevitabile che non se ne avvedano nemmeno gli studiosi di cose letterarie. Leopardi non è semplicemente un critico dell’idiozia del suo secolo. È infinitamente di più: mostra la contraddizione di fondo dell’intera tradizione dell’Occidente. Se non si capisce questo suo gran passo, si voltano le spalle al tesoro che, faccia o no piacere, egli ha scoperto.
Biblioteca dei Classici Italiani
Progetto Giacomo Leopardi
Biografia e opere a cura di Giuseppe Bonghi
Tags: filosofia, italiani, Leopardi
27 giugno 2009 alle 20:03
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