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Sostituire la rilevanza con la popolarità, non fa solo parte della mentalità di Google, ma anche della maggioranza degli esseri umani …
D’altronde ciò che è importante, ma non necessariamente vero, l’ha sempre deciso la maggioranza. Non ci vuole tanto per verificare cosa ciò significa, basta osservare il mondo. E, infatti, le relazioni sociali tra le persone servono solo per escludere chi non ne fa parte. In altre parole: per praticare l’emarginazione, sostenendo al tempo stesso il contrario, ossia di essere per l’integrazione. Ma mentre ogni maggioranza fa sapere tanto al mondo, fa di tutto per conservare la sua identità linguistica e culturale. Tuttavia è evidente come non si può con successo integrare e al tempo stesso emarginare chi non fa o non vuole fare parte della propria società. Questo il dilemma di ogni società del globo.
Nel frattempo, chi a parole si dichiara costantemente aperto e tollerante, mediante suoi stessi fatti – non sempre ma quasi – produce l’esatto opposto. E siccome fa parte di chi, in quanto maggioranza, non può sbagliare, non ha nemmeno bisogno di verificare se un suo dire e fare siano in fin dei conti la medesima cosa. Pertanto la verità, in ogni società del globo, viene così determinata per alzata di mano. E questo Google lo sa fin troppo bene: di conseguenza ha adeguato fin dalla sua nascita il suo "Google’s Business Model" a questa tramandata regola che dice che la maggioranza non può sbagliare. Sono quindi le relazioni sociali a decidere ciò che è rilevante, e meno l’evidenza. Pertanto, anche nel web, la storia sembra ripetersi.
Sicché il fattore decisivo per l’importanza di una fonte web è diventato il PageRank di Google, ovverosia la rilevanza della link popularity, che non altro è che l’ennesima verità "popolare", detta anche quantità di link, decisa per alzata di mano. Più siti a loro volta "importanti" fanno riferimento ad un altro, e maggiore importanza acquisisce quest’ultimo. Ovviamente Google ci fa sapere che valgono "anche" altri criteri di selezione, tuttavia non sono importanti quanto invece suddetta link popularity. Alexander Solzhenitsyn, mediante il suo famoso discorso del 1978, Un mondo in frantumi, tenuto alla Harvard University, pronunciò ciò che nel mondo di ieri era, e nel web di oggi è, ormai una realtà, cioè le idee alla moda:
"In Occidente, anche senza bisogno della censura, viene operata una puntigliosa selezione che separa le idee alla moda da quelle che non lo sono, e benché queste ultime non vengano colpite da alcun esplicito divieto, non hanno la possibilità di esprimersi veramente né nella stampa periodica, né in un libro, né da alcuna cattedra universitaria. Lo spirito dei vostri ricercatori è si libero, giuridicamente, ma in realtà impedito dagli idoli del pensiero alla moda. Senza che ci sia, come all’Est, un’aperta violenza, quella selezione operata dalle mode, questa necessità di conformare ogni cosa a dei modelli standardizzati, impediscono ai pensatori più originali e indipendenti di apportare il loro contributo alla vita pubblica e determinano il manifestarsi di un pericoloso spirito gregario che è di ostacolo a qualsiasi sviluppo degno di questo nome. Da quando sono in America, ho ricevuto lettere da persone straordinariamente intelligenti, ad esempio da un certo professore di un college sperduto in una remota provincia, che potrebbe davvero fare molto per rinnovare e salvare il suo paese: ma il paese non potrà mai sentirlo perché i media non lo appoggiano. Ed è così che i pregiudizi si radicano nelle masse, che la cecità colpisce un intero paese, con conseguenze che nel nostro secolo dinamico possono risultare assai pericolose."
Le idee alla moda, diceva Solzhenitsyn, sono un ostacolo a qualsiasi sviluppo degno di questo nome. Perché sono contrarie al merito. E questo Google lo sa, lo ha sempre saputo, e pertanto il suo "Google’s Business Model" ha fatto e ancora fa sapere ai miliardi di utenti che lo usano ogni giorno, da (quasi) ogni luogo del pianeta, che essi non possono sbagliare. E proprio perché fa loro sapere tanto, è molto amato: non per caso detiene il monopolio della ricerca sul web. Non può ovviamente influenzare i contenuti che decide di indicizzare, ma può ritardare, come diceva Solzhenitsyn, ogni sviluppo degno di questo nome. Esempio, quando fornisce sì delle risposte alle domande, ma soprattutto a quelle decise dalla gente per alzata di mano.
La verità di Google pertanto non è imparziale, e ancora meno è conforme alla realtà, bensì soltanto con l’opinione della maggioranza degli utenti di Internet che fa uso quotidiano di Google: una mano lava l’altra, ovvero la ricerca della verità che corrisponde ad un concetto distorto del vero, vale a dire Google’s Business Model, oppure la storia che si ripete. E che bella storia. Sicché neppure il boom dei Social Networks è casuale, perché le relazioni sociali tra le persone sono sempre servite e tuttora servono per escludere chi non ne fa parte. E una buona parte di noi utenti di Internet ne fa parte, cioè ripete la storia, già soltanto quando mette un link ad un sito amico con l’aspettativa che egli poi faccia la stessa cosa.
Dunque – a parole – società aperta, ma nei fatti scrupolosamente chiusa. Ma non è stato Google ad introdurre nella tecnologia del suo motore di ricerca un nuovo criterio di valutazione, quello della popolarità, bensì ha fatto soltanto suo il motto "10 miliardi di mosche non possono sbagliare": ovvero ha capito fin troppo bene che, per avere successo, non bisognava fornire per davvero buoni risultati, ma piuttosto compatibili con la percezione comune della massa. Quella massa, che a livello globale, fin dai primordi, ha sempre fatto sua la verità per semplice alzata di mano. Almeno stando a ciò che la storia dell’intera umanità ci ha tramandato, la quale verifica è semplice perché basta osservare il mondo. Ma non il web. Perché lì la verità è un’altra.
Tags: google, idee alla moda, internet, link popularity, relazioni sociali, social network, Solzhenitsyn, veritÃ
24 agosto 2009 alle 13:22
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