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Mai un evento della storia a noi più prossima è riuscito a meglio coniugare, raccogliere e miscelare sentimenti e passioni, angosce e timori, omissioni e speranze, risentimenti e desideri quanto la data dell’8 di settembre 1943 …

Gli italiani e l’8 settembre del 1943 (da scaricare in formato PDF)
di Claudio Vercelli
da Istituto di studi storici Salvemini
Sistema bibliotecario urbano – Torino
Vi si racchiude la somma delle virtù individuali e dei difetti comuni ad una collettività, quella italiana, che usciva da vent’anni di fascismo e di diseducazione politica. Con l’aggravante, non secondaria, di una guerra irresponsabilmente mossa in uno scenario internazionale che congiurava a sfavore del nostro paese, intrapresa in condizioni estremamente precarie sul piano militare, fragili e incerte su quello politico, quantomeno inadatte e incompiute sui versanti sociale ed economico. Con un consenso passivo, manifestato sotto il balcone del palazzo di piazza Venezia, da una folla incosciente del baratro che andava così aprendosi. E che di lì a non molto avrebbe manifestato, nelle più diverse forme, la maturata diffidenza e, infine, la compiuta ostilità, verso un’avventura bellica che non poteva che chiudersi o con la sconfitta propria o con la vittoria tedesca e la conseguente sudditanza italiana nei confronti di Hitler. L’8 settembre è sospeso tra la tragedia di un collasso politico-istituzionale che tutto e tutti travolse e la farsa che fece da corredo al disfacimento di quel che rimaneva di un regime che si voleva totale e totalitario, ma che si era da tempo oramai esaurito nel labirinto delle sue contraddizioni.
Questa data è quindi un passaggio ineludibile nel calendario morale, politico e culturale del nostro paese: come la vicenda di Caporetto nel 1917, è divenuta espressione di una identità nazionale incompiuta e conflittuale che nei grandi momenti di rottura trova, tuttavia, le sue risorse migliori. E che come tale, oltre che elemento imprescindibile nella biografia di una nazione, è anche tratto costitutivo di una intera generazione, quella, per l’appunto, che ne visse più direttamente gli effetti. In particolare i giovani coscritti, impegnati nella leva e dislocati nei diversi reparti militari, operanti in tutto lo scenario del Mediterraneo, che subirono per primi le conseguenze del cambiamento di alleanze e della vacanza di comando. Ma non solo, poiché nel giorno in cui l’armistizio divenne di pubblico dominio, l’intero paese venne chiamato in causa. A tal riguardo si può avviare la riflessione con l’invito alla visione non di un libro bensì di una pellicola, quel Tutti a casa di Luigi Comencini (Italia, 1960) con Alberto Sordi che bene riesce a rappresentare la duplicità e le ambivalenze di una situazione storica dove l’unico aspetto chiaro ai più era che nulla poteva essere pensato come prima. Senza possedere, peraltro, gli strumenti per orientarsi nella nuova, confusa condizione. C’è chi ha opportunamente commentato che «sotto le mentite spoglie di una commedia, il film è sostanzialmente un racconto a tesi, quello della scelta che ciascuno è chiamato a fare almeno una volta nella sua vita» (G. Gosetti in M. Morandini, Dizionario dei film 2000, Zanichelli, Bologna 1999).
Ben sono rappresentati i caratteri che connotarono protagonisti e comparse di un dramma a tinte fosche: lo sbandamento dei militari; lo stato di dissonanza collettiva; il concreto esautoramento e il dissolversi – nel volgere di poche ore o addirittura minuti – delle figure di comando; la diffidenza come la solidarietà dei civili; la comprensione, sofferta e faticata, che i vecchi alleati diventavano i nuovi invasori; l’avvio di una vendetta per parte tedesca che sarebbe durata fino alla conclusione della guerra e che si sarebbe esercitata in prima battuta contro l’esercito ed immediatamente dopo contro la stessa popolazione in quanto tale, e così via.
Fu pertanto un frangente che colpì, come un colpo di maglio, l’intera comunità nazionale ma che si rivelò particolarmente tragico (o "cinico e baro", per parafrasare colui che fino a poche settimane prima si era fatto riconoscere e chiamare come il Duce) nei confronti di certuni. Per ragionare di quest’ultimo aspetto, che è poi anche quello più qualificante sul piano della comprensione degli eventi, è allora bene rifarsi, fin da subito, al piano memorialistico. Che in sé, come sempre capita quando si vuole ricostruire il filo rosso della storia attraverso i segmenti delle esperienze individuali, può essere contraddittorio se non, molto spesso, fuorviante. Almeno quando viene assunto senza i dovuti filtri interpretativi. E che tuttavia può offrirci una pluralità di spaccati relativi al vissuto di quei giorni.
Un buon interprete di ansie e speranze, oltreché studioso egli stesso dei processi storici in quanto tali, è Ruggero Zangrandi che è ripetutamente tornato sul tema dell’armistizio, del crollo del nostro paese e, più in generale, sull’argomento della resa dei conti con il fascismo per parte di una intera generazione. Si segnalano le sue opere più significative che sono Il lungo viaggio attraverso il fascismo (Feltrinelli, Milano 1976 con successive edizioni per parte dell’editore Mursia, Milano 2001) e 1943: 25 luglio – 8 settembre (Feltrinelli, Milano 1964, edizione riveduta L’Italia tradita, 8 settembre 1943, Mursia, Milano 1971). In Zangrandi è integralmente compiuta la consapevolezza che lo sfacelo di quei giorni non fu il figlio occasionale di genitori ignoti bensì il prodotto di un cumularsi e stratificarsi di responsabilità e scelte – o, se si preferisce, anche di omissioni e non scelte – che portarono alla consunzione di istituzioni di per sé già da tempo in crisi.
Vi è come una linea di continuità, pertanto, tra date diverse: il periodo tra settembre e novembre del 1938, con l’emanazione e l’introduzione dei provvedimenti legislativi e amministrativi meglio conosciuti come "leggi razziali", che segnarono la radicalizzazione del regime fascista; il 10 di giugno 1940, che segna l’entrata in guerra dell’Italia; il marzo del 1943 con i ripetuti scioperi, a carattere corale e con spiccata connotazione politica, nelle fabbriche del Nord; il 25 luglio 1943, con il ribaltone nel Gran Consiglio del fascismo, la caduta di Mussolini e l’eclissi del regime. Su quest’ultima stazione del "pellegrinaggio" nazionale, dal mussolinismo a qualcosa di cui ancora non si riuscivano a cogliere gli aspetti di fondo, rimane ancora del tutto attuale il lavoro collettivo coordinato da Luigi Ganapini e Nicola Gallerano su L’Italia dei quarantacinque giorni: 25 luglio – 8 settembre (Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Milano 1969).
Poiché le condizioni nelle quali il nostro paese e, segnatamente, gli italiani si trovarono a dover affrontare la prova estrema della decomposizione politica e della rottura degli stessi legami sociali più profondi e consolidati, furono dettate da una pluralità di fattori tra i quali emerge, per la sua pregnanza e cogenza, l’abbandono e il tradimento che le classi dirigenti operarono nei confronti di coloro che avevano considerato sempre e solo come sudditi. E tale misfatto – perché di ciò è corretto parlare – si consumò integralmente nei due mesi estivi che precedettero la resa de facto agli angloamericani e il cambiamento di alleanze. Misfatto che nella memoria di molti rimane irrisolto, non elaborato, come una sorta di pagina scura, o comunque opaca.
Il riflesso psicologico è peraltro immediatamente identificabile, laddove la fuga del re e dei suoi più stretti collaboratori, preceduta dalla scomparsa del fascismo-regime, l’abbandono al suo destino di Roma capitale per parte delle Forze Armate, la latitanza di qualsivoglia potere sono metafore nette e chiare del ripudio genitoriale nei confronti dei figli.
Paolo Monelli in Roma 1943 (ora ripubblicato da Einaudi, Torino 1999) ne tratteggia, ad ampie falcate narrative, un quadro completo. Tra desolazione e paura, insomma, l’Italia dei civili – i "borghesi" – e dei giovani sotto le armi, deve cercare per conto proprio risorse ed opportunità di sopravvivenza in un ambiente che si fa, nel volgere di poche ore, ostile e avverso. Se quel che precedette connotò quel che poi sarebbe immediatamente dopo avvenuto va considerato, per estensione, anche quel che dopo la frattura dei primi di settembre capitò, a partire dalla stessa data del 25 aprile 1945, giorno stabilito convenzionalmente per celebrare la Liberazione del nostro paese dalla feroce occupazione tedesca e il ritorno alle libertà conculcate più di venti anni prima.
Su questo piano, cronologicamente ampio e fattualmente "trasversale", si esercitano tre opere di consultazione, una più "datata" e le altre due più recenti: l’Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza (Edizioni La Pietra, Milano 1968-1989, sei volumi, con una voce specifica, Settembre, Otto, alle pagine 503-508 del quarto volume), l’Atlante storico della Resistenza italiana a cura di Luca Baldissara (Bruno Mondadori editore, Milano 2000) e il Dizionario della Resistenza (Einaudi, Torino 2000 e 2001) curato da Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi, in due volumi. Particolare cura al tema in oggetto di queste poche righe è offerta per parte di Giorgio Rochat nell’ultimo dei tre repertori elencati, con la sua voce su L’armistizio dell’8 settembre 1943, alle pagine 32-40 del primo volume. Peraltro Rochat si sofferma soprattutto sugli aspetti militari della vicenda, poiché, come è ben risaputo, questi ultimi costituiscono il nocciolo, sul piano concretamente fattuale, di una storia le cui dimensioni sono tuttavia ancora più complesse ed articolate, in qualche misura indipendenti dal mero dato bellico in sé.
Si trattò, per l’appunto, del totale fallimento di una politica di guerra debole se non esangue – faticosamente perseguita da Mussolini e dalla casa regnante – in un bacino sociale e culturale quale quello costituito da un popolo e da una nazione fragili, impreparati e indisponibili. Il miglior testo in materia, che più efficacemente raccoglie e fa interagire i diversi livelli nei quali si prefigura, si compie e si consuma il giorno dell’armistizio, è quello di Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze (il Mulino editore, Bologna 1993 con una nuova e aggiornata versione pubblicata quest’anno). Interessante soprattutto laddove l’autrice documenta «l’estrema varietà di reazioni che ebbero reparti e uomini, chiamati dalla latitanza colpevole dei governanti alla scelta individuale: la resistenza o la resa, la collaborazione con i tedeschi o la fedeltà al re, la furbizia o l’onore.
Se vengono confermate l’inettitudine e l’irresponsabilità di quanti erano alla guida politica e militare del paese, dal basso si compone invece l’immagine meno univoca di un esercito lasciato sì allo sbando, ma pronto in molti casi ad assumersi il peso delle scelte e, come nell’eccidio di Cefalonia o in tanti altri episodi, a pagarle fino in fondo. La reazione armata di questi militari si rivela una componente fondamentale della Resistenza italiana». Alla fatica di Aga Rossi può essere affiancato il volume curato da Claudio Dellavalle su 8 settembre 1943: storia e memoria (Franco Angeli, Milano 1989), laddove si incorporano immagini, rappresentazioni, ricordi e cose fatte di quel che avvenne. Non è quindi un caso se un’opera quale il complesso, ricco e vivace lavoro di Claudio Pavone su Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (Bollati Boringhieri, Torino, 1991 con successive riedizioni) sia costantemente attraversata, nella sua interna costruzione, dai riflessi dell’8 settembre, vero e proprio spartiacque nella coscienza nazionale. E un modo per capirne il senso è senz’altro il rifarsi all’oramai classico volume di Marcello Venturi, Bandiera bianca a Cefalonia (più edizioni, da ultima quella negli Oscar Mondadori, Milano 2002) dove lo specifico di quei luoghi e quel contesto in cui la Divisione Acqui operò e resistette all’aggressione della Wehrmacht, viene enucleato e definito. Episodi, quelli del rifiuto per parte delle nostre truppe di arrendersi all’ex-alleato che, insieme alla reazione popolare contro la presenza tedesca in Roma, negli stessi giorni – soprattutto a Porta San Paolo, dove si ebbero scontri armati tra paracadutisti germanici e elementi militari e civili nostrani – ci danno il quadro della pluralità delle reazioni che la fuga dei "capi" produsse, animò e articolò tra i "subalterni".
L’8 settembre del 1943, pertanto, segna un tracollo su più piani. È dato certo di immediata identificazione il disfacimento del Regio Esercito, peraltro già in gravi difficoltà pregresse nei diversi scenari bellici nei quali era impegnato, a partire dai Balcani. Gerhard Schreiber nel suo La vendetta tedesca. 1943-1945. Le rappresaglie naziste in Italia (Mondadori, Milano 2001) e nel suo precedente lavoro su I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich: traditi, disprezzati, dimenticati (pubblicazioni dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma 1992-1997) si dà cura di ricostruire nessi ed effetti, azioni e reazioni, che connotarono e legarono la fine di una alleanza e la costruzione, così come il mantenimento, di uno stato d’occupazione sui territori nostrani. Del pari di Schreiber, un altro studioso di origine tedesca, non meno capace ed onesto, Lutz Klinkhammer, ha scritto due opere cristalline e di grande qualità scientifica, L’occupazione tedesca in Italia, 1943-1945 (Bollati Boringhieri, Torino 1993) e il successivo volume su le Stragi naziste in Italia: la guerra contro i civili, 1943- 1944 (Donzelli editore, Roma 1997). Dalla semplice lettura dei titoli si può ben desumere quale sia l’intendimento dei due autori, come di tanti altri (a titolo puramente indicativo si citano ancora i nomi di Paolo Pezzino e Antonella Gribaudi) che si sono adoperati nella riflessione sugli effetti dell’8 settembre e di tutto quello che da esso conseguì: denunciare, nella sua essenzialità, la deliberata prassi di asservimento della popolazione civile, di sfruttamento e rapina sistematica delle risorse e di eliminazione fisica degli individui presi in ostaggio, laddove ciò poteva essere reputato funzionale al raggiungimento degli obiettivi dell’occupante, in totale spregio di qualsivoglia residuo diritto di quanti erano stati derubricati ad oggetto manipolabile secondo le occorrenze dell’altrui volontà. Poiché questo, nella sua tragica linearità, fu il rapporto che i tedeschi stabilirono con il nostro paese, derubricato a "Duce Italien".
E se la ricognizione sugli altrui misfatti ci consegna un quadro già sufficientemente fosco, Gianni Oliva, ricomprendendo quelle vicende all’interno del più generale tracollo non solo politico ma anche sociale e, in parte, etico-culturale dell’Italia, ci racconta in I vinti e i liberati, 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945 (Mondadori, Milano 1994 e successive edizioni), il lungo e complesso – a tratti contorto – formarsi dei sentimenti, ma anche e soprattutto dei risentimenti, tra coloro che andarono a costituire i due schieramenti autoctoni, interni alla guerra che era in atto nella nostra penisola: i neofascisti repubblichini da un lato, il partigianato dall’altro. Fenomeno, quest’ultimo, assai stratificato e variegato, non facilmente ricomponibile sotto un’unica egida o interpretabile con un solo criterio. Evitando prudentemente e intelligentemente esercizi di equiparazione e "parificazione", inattendibili storiograficamente e inaccettabili moralmente, l’autore si impegna in una sagace, ancorché doverosa, analisi delle motivazioni e delle condotte poste in essere tra quanti scelsero, in un senso o nell’altro. Tema in sé fertile e foriero di ulteriori sviluppi, soprattutto quando, con la dovuta misura, l’analisi dello storico si intervalla alla cognizione dello studioso di fenomeni sociali e alla passione del ricercatore impegnato. A tracciare il solco di queste riflessioni, peraltro, già aveva contribuito Ennio Di Nolfo con Le paure e le speranze degli italiani (1943-1953) (Mondadori editore, Milano 1986), ricostruendo il quadro di un decennio trasversale, vuoi cronologicamente che tematicamente, che a fare dalla rottura dell’8 settembre si contrassegna per un profondo cambiamento, nello spirito collettivo come anche negli atteggiamenti individuali, portando l’Italia, dalla situazione ancillare di società prima condizionata dal liberalismo verticistico delle élite regie e poi dal marcato autoritarismo fascista, alla condizione di paese repubblicano, collocato a pieno titolo negli allora nascenti processi d’integrazione europea.
Sul versante delle intepretazioni politiche, ovverosia sulla valutazione degli impatti di lunga durata e, con una irrisolta polemicità di fondo, sulla definizione di un tratto antropologico comune agli italiani, si è esercitato molto Ernesto Galli della Loggia, soprattutto con il suo La morte della patria: la crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica (Laterza editore, Roma-Bari 1996-1998). Tanto più si fa distante l’evento in quanto tale, quanto più, sia pure con differenti visuali e da distinti angoli prospettici, a distanza di molti anni, se ne coglie la paradigmicità e la rilevanza ai fini della comprensione anche di altri aspetti della nostra storia recente. La connessione tra la grande spaccatura ingenerata dai fatti concentratisi intorno a quella memorabile giornata e altri aspetti delle vicende italiane, è oramai acquisita. Differenti sono, invece, le valutazioni nel merito e i giudizi di valore. In opposizione alla interpretazione più affermata, quella che si rifà alla Resistenza e all’antifascismo, o che di esse si reputa debitrice e al contempo depositaria, si possono segnalare le narrazioni e le riflessioni di Indro Montanelli, nel volume della sua Storia d’Italia dove tratta di quella che egli definisce come L’Italia della guerra civile, 8 settembre 1943 – 9 maggio 1945 (Rizzoli, Milano 1983) ma anche, sia pure su un piano più strettamente cronachistico, lo stesso Silvio Bertoldi in Apocalisse italiana: otto settembre 1943, fine di una nazione (Rizzoli, Milano 1998). Da ultimo, poiché costituisce un tema per molti aspetti di "nicchia", almeno sul piano analitico, ma non per questo fattualmente non meno rilevante di tanti altri tra quelli abbozzati in questa breve nota bibliografica, vi è la questione di come l’"altra parte" – ovverosia gli sconfitti, cioè i fascisti – percepirono, vissero ed elaborarono la loro storia a partire dall’armistizio. Merita, a tal guisa, la lettura dell’agile volumetto di Francesco Germinario dedicato a L’altra memoria. L’estrema destra, Salò e la Resistenza (Bollati Boringhieri, Torino 1999).
Da ultimo si segnala che digitando alla funzione "soggetto" nella pagina di ricerca di LibrinLinea il sintagma Otto settembre si otterranno più di cento titoli, disponibili presso le Biblioteche Civiche di Torino e della Regione Piemonte.
Schede catalografiche:
La lista comprende sia titoli a disposizione presso le Biblioteche civiche torinesi, sia opere reperibili presso altre biblioteche piemontesi. I volumi posseduti possono essere letti e presi in prestito presso la Biblioteca Civica centrale di via della Cittadella 5 e le altre sedi del Sistema bibliotecario urbano indicate di seguito ad ogni opera.
ALTRI LIBRI:
Voce correlata: 8 settembre 1943, il giorno della vergogna
Tags: armistizio, fascismo, Italia, italiani, resistenza, settembre 1943, storia