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Assunto che una notizia è, tecnicamente, il racconto di un avvenimento, è fondamentale la distinzione fra la notizia intesa come informazione, e la notizia intesa come racconto mitico …

Michele Loporcaro, Cattive notizie.
Recensione di Giovanni Ciappelli
La retorica senza lumi dei mass media italiani, Milano, Feltrinelli, 2005, seconda edizione aprile 2006.
Il libro parte da un disagio nei confronti del modo in cui viene prodotta e veicolata l’informazione da parte dei mass media italiani, disagio avvertito dall’autore soggettivamente (che pur italiano vive e lavora in Svizzera), ma anche oggettivamente da più parti in tutta Europa. E si propone quindi, per capirne i motivi, di analizzare le forme di questa informazione, utilizzando gli strumenti linguistici di cui l’autore è specialista (insegna Linguistica romanza all’Università di Zurigo). L’analisi formale condotta con tali strumenti, e attraverso il ricorso a concetti tratti da più discipline, porta a conclusioni che hanno una rilevanza politica: sia perché fanno capire che un certo tipo di costruzione della notizia da parte dei giornali o dei telegiornali corrisponde quanto meno oggettivamente a un tipo di progetto, che è di fatto connotato ideologicamente; sia perché il cittadino che ha a cuore il buon funzionamento della democrazia nel proprio paese può scoprire che è necessario in qualche modo smascherare la finta oggettività, o neutralità, o ineluttabilità dei modi di produzione dell’informazione, e attivarsi perché le strutture responsabili della crescita dell’istruzione (scuola e università) e della gestione dell’informazione modifichino il proprio modo di essere prima che sia troppo tardi.
All’origine di tutta l’analisi teorica di Loporcaro sta una premessa. Assunto che una notizia è, tecnicamente, il racconto di un avvenimento, è fondamentale la distinzione fra la notizia intesa come informazione, e la notizia intesa come racconto mitico. La prima si rivolge alle persone come cittadini, "aggiungendo un piccolo tassello alla loro conoscenza del mondo", e quindi ha una funzione essenziale nella società civile: permette loro di prendere parte con maggior consapevolezza al processo decisionale. La seconda invece insiste sul racconto, vuole soprattutto fornire delle "storie", il cui contenuto però non ha lo scopo di far crescere la consapevolezza, o la coscienza, o lo spirito critico di chi ascolta, ma assolve soprattutto alla funzione, mitica appunto, del raccontare come risposta all’esigenza ancestrale di ascoltare delle storie.
La prima concezione, dice Loporcaro, è tendenzialmente progressista e razionalistica. La seconda è tendenzialmente reazionaria e irrazionalistica.
Il legame con i Lumi della prima (presente anche nel titolo) è evidente. È durante l’Illuminismo che nasce il concetto di opinione pubblica, come crescita di una comunità di cittadini che si informano, discutono, si formano un’opinione autonoma da quella veicolata dai sovrani assoluti, e possono incidere anche sulla realtà politica. La seconda concezione sconfina invece nell’atteggiamento solo passivo del fruitore della notizia ricercato dalle società totalitarie.
Ora, nella società italiana di oggi le cose non sono necessariamente così nette. Però è un dato di fatto che, se diminuisce progressivamente lo spazio della notizia come informazione, l’opinione pubblica responsabile è a rischio. E questo è esattamente, dice Loporcaro, quanto avviene oggi con la trasformazione, veicolata dalla televisione, dell’informazione in quello che viene definito infotainment, misto di informazione e intrattenimento, dove il fruitore non riesce più a cogliere una differenza sostanziale fra l’uno e l’altro, perché tutto diventa indistinto. Per alcuni questo è inevitabile, ed è il prodotto dell’evoluzione tecnologica che ha portato alla diffusione oltre ogni limite della televisione. Ma per altri non è inevitabile, ed è invece alla fine pericoloso per la democrazia.
I due tipi di notizia (notizia-mito e notizia-informazione) sono articolati in testi con caratteristiche diverse. È qui che entra in campo l’analisi specifica di Loporcaro, che attraverso un gran numero di esempi argomenta in modo serissimo e circostanziato come la struttura linguistica e retorica di questi testi vada inequivocabilmente tutta, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate dagli autori, nella direzione di un’informazione meno responsabile e meno democratica. Anzi, a sottolineare ciò, gli esempi sono tratti soprattutto dai telegiornali delle reti pubbliche, e da giornali spesso dichiaratamente progressisti, che però in questo senso vanno sostanzialmente a rimorchio delle tendenze dell’informazione televisiva nel modo di trattare e di confezionare la notizia.
In questo senso, anzi, esiste anche un ulteriore equivoco: a partire dagli anni Sessanta ci fu a sinistra chi sostenne che sia nella scuola, sia nell’informazione, la lingua italiana mediamente usata era una lingua vecchia, oscura, che aveva bisogno di essere svecchiata e semplificata. E si è lodato in questo senso il ruolo svolto dalla televisione nello svecchiare e semplificare, e nel diffondere l’abitudine all’uso di un italiano medio che ha potuto sostituire col tempo il maggioritario ricorso al dialetto. Tuttavia l’analisi di Loporcaro mostra che, ammesso che quegli obiettivi fossero corretti, la realtà del linguaggio dell’informazione televisiva e giornalistica di oggi è tale che sarebbe quanto meno necessario rivederli, dal momento che l’effetto raggiunto di semplificazione e svecchiamento non corrisponde per niente a un risultato positivo nell’ottica di una società civile rivolta alla crescita culturale del cittadino. Questa informazione non sta aiutando l’alfabetizzazione del cittadino e la crescita delle sue capacità critiche, sta producendo piuttosto il contrario: la fruizione passiva e acritica di notizie spesso prive di contenuto informativo.
Le notizie dei tg sono infatti costruite e porte secondo modalità che:
Non è qui il caso di sottrarre terreno all’autore sul piano sia dell’argomentazione più dettagliata, sia dell’analisi specifica delle sue tesi. Può essere però interessante sviluppare un aspetto che egli tratta nelle conclusioni del suo libro, relativo alle cause storiche di questa particolare situazione.
Alcune di queste tendenze negative, ammette Loporcaro, sono generali, riguardano cioè anche altri paesi, oltre all’Italia. Ma in Italia esse si presentano prima e con maggior forza che altrove, come se il paese fosse più zelante, o più vulnerabile nella loro applicazione. Per quale motivo?
L’autore ricorda: il nostro è un paese "senza lumi". Infatti il progetto illuministico di far crescere la discussione razionale e il giudizio critico passava anche nel Settecento attraverso l’acculturazione, e quindi l’alfabetizzazione e la diffusione della lettura. In Italia, come è noto, il progetto non si realizzò a livello di massa, e l’Illuminismo rimase un fenomeno di elite. D’altronde, l’Italia non aveva avuto neanche quel momento di moltiplicatore della cultura e dell’alfabetizzazione che in altri paesi europei aveva corrisposto alla Riforma protestante. La rivendicazione alla Chiesa cattolica del monopolio dell’interpretazione dei testi sacri e il tentativo riuscito di stabilire per secoli un pieno controllo sulle coscienze hanno impedito la diffusione a livello di massa di quelle conoscenze altrove stimolate dall’esigenza di accedere liberamente al testo religioso. Quindi, dice Loporcaro, nel nostro paese si è passati dalla Controriforma alla "rivoluzione consumistica" degli anni ‘60-’70 quasi senza soluzione di continuità.
Sarebbe in questo senso giusto ricordare alcuni passaggi intermedi, i quali ugualmente congiurano nella stessa direzione. Non solo la Svezia alla fine del Settecento, ma anche la Germania della fine dell’Ottocento presentavano un livello di analfabetismo vicino allo zero. L’Italia unita del 1861 aveva invece ancora un tasso di analfabetismo del 78%. Il tasso diminuì per effetto degli sforzi della classe dirigente di fine Ottocento, fin quasi ad arrivare al 50% all’inizio del Novecento. La classe dirigente della Sinistra e della Destra storica si era posta quindi con una certa coerenza, in linea con le esigenze di gestione del nuovo stato, il problema della costituzione di una massa alfabetizzata e anche di un ceto medio sufficientemente consapevole. Però poi sulla effettiva formazione di una opinione pubblica critica nel resto del secolo hanno pesato negativamente gli effetti congiunti del più che ventennale periodo fascista (con la riforma in senso gerarchico della scuola e con l’informazione di regime), e poi del clima fortemente monocorde e di controllo dei media (giornali e televisione) di gran parte della cosiddetta prima Repubblica. Nel momento in cui poteva sembrare che la situazione potesse aprirsi relativamente, negli anni ‘60-’70, si è quasi subito determinata dal punto di vista della proprietà o del controllo dei mezzi di informazione una situazione di relativo monopolio politico-mediatico che ha di nuovo avuto effetti ingessanti sulle possibilità di sviluppo di una vera opinione pubblica matura, paragonabile a quella presente in altri paesi. E l’attuale classe dirigente di orientamento democratico e progressista è rimasta finora su queste questioni colpevolmente assente, adottando spesso un atteggiamento di malinteso liberismo, che tende a giustificare l’esistente ritenendolo un prodotto non modificabile dello sviluppo tecnologico e delle tendenze dell’economia. L’invito a riprendere in considerazione la proposta di Popper di una "patente per la televisione", proposto a fine libro, potrà ad alcuni sembrare eccessivo o utopistico. Ma il desolante quadro che emerge da questa lucida e non indulgente analisi dimostra che modifiche negli orientamenti pedagogici da un lato, e forme di intervento serio della gestione dell’etica professionale da parte dell’informazione, almeno pubblica, dall’altro, rappresentano un compito estremamente urgente per una società che voglia conservarsi democratica.
Che cantastorie quel giornalista! Intervista a Michele Loporcaro
di Gilberto Bazoli, tratta da ".com", 5 marzo 2005
Se il linguaggio della tv ma anche dei quotidiani è un compendio di populismo, ammiccamenti, superficialità, questo dipende dal fatto che la stampa si è allontanata dai valori riassumibili nella formula del giornalismo come quarto potere e nell’idea della notizia come informazione. Suona come una condanna senza appello quella pronunciata in Cattive notizie. La retorica senza lumi dei mass media italiani, da Michele Loporcaro, 41 anni, romano, ordinario di linguistica romanza all’Università di Zurigo, autore di numerosi saggi pubblicati nel nostro paese e all’estero. È passando al microscopio tecnicamente, appunto, da linguista, la struttura narrativa dei testi giornalistici che Loporcaro arriva alle conclusioni severissime della sua originale analisi.
Sostiene che lo stile giornalistico era prima oscuro ed è ora brillante, ma, in realtà, non sarebbe cambiato niente. Perché?
Parlando di oscurità, faccio riferimento alla critica diffusa negli anni Settanta secondo la quale il giornalista perpetuava, in quanto parte dell’intellighenzia, una situazione bloccata in cui il latinorum dei Promessi sposi era appannaggio di una ristretta cerchia di potere. Il perché non è cambiato niente è presto detto e lo si vede alla prova dei fatti: oggi il giornalismo non è molto più funzionale di quanto lo fosse ieri alla creazione di una vera coscienza civile degli italiani.
Un esempio dello stile brillante, è l’uso delle congiunzioni e-ma all’inizio dei titoli. Per quale ragione la colpisce tanto questo dettaglio?
Prima di tutto perché in un giornale svizzero-tedesco o tedesco non si trova mai un titolo del tipo "E quella notte scomparve l’Urss". In letteratura questo segnala che si sta cominciando un discorso che però è di più lunga gittata, inizia già da prima.
Le pare un fatto grave?
È una spia stilistica. Una notizia, nel migliore dei mondi possibili, dovrebbe dare una nuova informazione e non continuare a raccontare una vecchia storia. Facendo così, il giornalismo si mette su un altro binario, quello del giornalismo come mitologia.
Che differenza c’è fra raccontare storie ed esporre fatti?
È una differenza che il postmoderno nega come nega la diversità di fondo tra il vero e il falso. Tutto sarebbe narrazione, racconto. Questa visione è agli antipodi di quella illuministica, dalla quale è nato il giornalismo moderno.
Critica anche la distribuzione degli spazi nelle pagine dei giornali, occupate sempre di più dalle foto e sempre meno dal testo, e il ricorso al colore.
L’immagine è una cosa molto di moda, per alcuni intellettuali siamo a valle di una svolta iconica per cui ormai l’immagine prevale sulla parola. L’introduzione del colore è una tappa della rincorsa alla tv e il sangue in bella vista istiga alle reazione emotiva anziché all’analisi
Pare di capire che lei postmoderno non è.
Detto un po’ brutalmente, per me sono tutte chiacchiere. L’immagine non fa capire niente, è la parola che fa capire. La foto e l’immagine in generale possono essere, come tutto, oggetto di analisi razionale ma non possono sostituire l’analisi e l’analisi passa attraverso la parola, vive in essa.
È da anni ormai che si denuncia lo scivolamento dell’informazione nello spettacolo. È così sicuro che sia un’anomalia tutta italiana?
Assolutamente no. È una tendenza internazionalmente diffusa, tutti i massmediologi constatano che le news, in particolare televisive, ma i giornali vanno a ruota, trattano sempre più la realtà come un film. Ciò detto, l’Italia presenta una serie di particolarità che documento nel mio libro.
Quali?
Non ho mai visto un’emittente pubblica straniera, tipo la Bbc, finanziare la produzione di cartoni animati. Oppure succede che l’intrattenitore si scambia di posto con il conduttore del Tg1, Fiorello e Sassoli, tanto per non fare nomi. Non è però questione di singoli ma di un sistema delle news che in Italia certamente attua esperimenti un po’ più d’avanguardia.
Prendendo in esame la struttura dei tg, conclude che parlano della realtà come se fosse finzione e della finzione come se fosse realtà. È l’eccezione o la regola?
Pur basandomi sulla mia esperienza limitata, mi sento di dire che i tg più visti funzionano in questo modo. L’analisi linguistica dei testi mostra che i telegiornali cercano di vivacizzare ma in realtà instaurano una confusione tra news e letteratura.
Esempi di questa confusione?
Caso Parmalat: il servizio finisce in dissolvenza dicendo, cito a memoria, che "i risparmiatori hanno risparmiato come le formiche ed è bene dar loro retta perché anche le formiche, come noto, nel loro piccolo puntini puntini". Questo è varietà, carabet mentre la notizia del giorno era che il falso in bilancio è un reato tale da creare un allarme sociale gravissimo.
In alcuni programmi però il confine tra informazione e spettacolo è molto netto, come "Otto e mezzo", "l’Infedele".
Vivendo in Svizzera, non vedo molto queste trasmissioni. Il mio studio ha preso in esame solo i testi delle news e l’informazione giornalistica, per cui non mi pronuncio sugli altri programmi. Mi piace "Report".
Punta il dito anche contro l’abdicazione del giornalista a un suo punto di vista riconoscibile. Eppure c’è stato un tempo in cui si denunciava il pericolo opposto della prevalenza delle opinioni sui fatti.
Io dico un’altra cosa. Quando il tg, ad esempio, parla di Berlusconi racconta che ha incontrato l’amico Vladimir Putin. Così facendo, non si rinuncia a riportare il fatto né lo si inquina con le proprie opinioni, ma si opera uno spostamento del punto di vista assumendo, senza dichiararlo nel proprio enunciato, quello dell’oggetto di cui si riferisce.
Il giornalismo italiano è ai livelli più bassi?
Non mi sentirei di generalizzare. Una volta, in un incontro pubblico, mi sono sentito obiettare da una corrispondente del tg che nessuno censurava lei e i suoi colleghi e che sapevano loro automaticamente cosa dire e come dirlo. Questo è un effetto di sistema, che spinge, seleziona chi si adegua.
Lo "stile brillante" è la conseguenza diretta della rinuncia all’ideale dell’informazione come quarto potere?
Senz’altro è in rapporto strettissimo perché dire in un servizio giornalistico sul crack Parmalat "anche le formiche, eccetera eccetera" significa togliere spazio al discorso vero che andrebbe fatto.
Il Sole 24 Ore ha criticato il suo Opera xenofoba della pubblicista arruffapopoli Oriana Fallaci.
Il Sole non cita però il contesto. Se si definisce l’Onu, la sede della legalità internazionale "una banda di mangia-a-ufo, una mafia di sottosviluppati e di imbroglioni che ci menano per il naso" potrò dire della Fallaci quello che, prendendo in esame la sua frase, ho detto?
Il giornale che vorrebbe lei, con molto testo e poche foto, che analizza e non strizza l’occhio, avrebbe un difetto: non venderebbe.
In Italia, ahime, sì. Pensare però di poter bypassare attraverso questa retorica dell’immagine e dei nuovi media il problema della scarsa lettura, è una grande illusione. Ci vorrebbe uno grosso sforzo politico per una nuova alfabetizzazione.
Il documento giornaliero del "Corriere della Sera" o l’Almanacco dei libri di "Repubblica" segnano un’inversione di tendenza o sono una foglia di fico?
Non ho un parere su questo. Constato però che Paolo Mieli, nel suo discorso di insediamento, dichiarava che avrebbe moltiplicato il colore. Per quanto riguarda i supplementi culturali, certo, più ce ne sono e meglio è. Ma non so se questo voglia dire che si sta cambiando rotta.
Dietro lo spettacolo niente
di Filippo Ceccarelli – 29 gennaio 2004
da Ideazione, settembre-ottobre 2003
Se ne leggono così tante, se ne sentono così tante e se ne vedono, soprattutto, così tante che alla fine, abbagliato e preso per saturazione, il giornalismo ansima, vacilla, si ferma, si accartoccia. E alla fine addirittura si accontenta. Diventa ogni giorno più difficile attraversare il mare magnum di gravose futilità per cogliere l’essenziale, se non il vero, di quel che accade. I colpi di teatro vanno tranquillamente in replica; la conquista della scena si compra e si vende a maggior gloria del nuovo ceto politico-televisivo; le virtù tecnologiche del "far credere" fanno premio sulla realtà; e la politica sempre più assomiglia a una specie di tifoseria da seconda serata.
Sembrerebbe l’apocalisse, e forse lo è pure, nel senso biblico di rivelazione. Ma il giornalismo resta comunque indietro. Talmente indietro – e al di sotto – che a volte ci si sorprende a pensare che il vero potere, oggi, è proprio quello che non si vede, né si capisce. Che gli evidenti processi di carnevalizzazione della vita pubblica italiana – corna, sosia, cuochi, canzonette, biciclette, lacrime, girotondi, miss, ampolle, giuramenti, pupazzi, mucche Ercoline e altre rappresentazioni, non di rado tra l’indecente e il pagliaccesco – ecco, ci si sorprende a ipotizzare, con il dovuto sgomento, che tutto questo baraccone venga allestito in realtà per nascondere, preservandola dagli sguardi profani, la più strenua invisibilità del potere. Ma poi, a freddo, si capisce che non è così. Anzi. E non solo perché il potere, pure inteso sotto la specie dell’arcana imperii, non esaurisce la politica, né le passioni o gli interessi che le danno sostanza.
L’eventualità che sulla base di un’esperienza quotidiana nelle redazioni si vorrebbe qui prospettare è che l’essenziale della cronaca politica si colga oggi meglio sulla scena, che nel suo frequentatissimo retro. Che il ragionevolmente vero, in questo tempo di luccicanti eccessi seriali, possa essere intravisto proprio sulla ribalta, là dove s’infrange la luce mutevole dei riflettori, piuttosto che nella penombra o tra i bisbiglii delle quinte. A condizione che il giornalismo politico, liberatosi dei suoi automatismi, si sforzi appunto di smontare il baraccone mostruoso (da monstrum, fenomeno) delle finte meraviglie. Operazione tutt’altro che onerosa, dato che non bisogna pagare il biglietto per entrarvi, è il carrozzone semmai che attira la gente – e già questo dovrebbe destare qualche legittimo sospetto.
Questa impostazione comporta la messa in causa di tutta una serie di moduli di copertura giornalistica. Pastoni, note, interviste (spesso di comodo o di bilanciamento). Attrezzi anche gloriosi che però hanno fatto il loro tempo. Il tempo in cui si parlava correntemente di "quadro politico", e non di "scena pubblica". Vorrà dire qualcosa che il presidente Berlusconi, in una di quelle sue inconfondibili uscite, volendo certamente indicare il "popolo italiano", l’abbia poi definito "pubblico italiano". C’erano vent’anni orsono i lettori, i cittadini, gli elettori. Bene, ci sono oggi spettatori e consumatori di spettacoli politici. Ma proprio per questo è necessario che si sappiano riconoscere gli scostamenti con la realtà.
Viene così specialmente a cadere, su questa base, il genere scritto del cosiddetto "retroscena". La pretesa di raccontare agli appassionati quel che avveniva lontano dai loro occhi, nelle segrete stanze, coincideva in origine con la rottura di un’informazione paludata e ufficiale. Si ricordi un’antica pubblicità di Panorama: "In questo preciso momento, Fanfani …". Nato nei settimanali negli anni Settanta, nei decenni seguenti il retroscena si è imposto ai quotidiani, ma poi è andato via via consumandosi, fino a farsi ectoplasma di se stesso, prodotto addomesticato nel suo abuso, naturale ricettacolo di fin troppo comode manipolazioni da parte delle "fonti" politiche, simbolo insomma di un giornalismo che ha smarrito il senso della propria identità, quindi anche della propria autonomia, al servizio privilegiato di lettori che non accettano di essere ridotti al rango esclusivo di telespettatori.
Il retroscena come simulacro
Guarda caso, gli unici retroscena cui si vorrebbe assistere sono quelli che mancano, e che riguardano appunto le modalità con cui la classe politica – con l’assistenza di esperti provenienti dai mondi del consumo, della pubblicità, della sociologia, della psicologia e dello spettacolo – discute i contenuti, confeziona il messaggio e prepara appunto l’allestimento della scena. Di queste discussioni – che pure s’immaginano complesse e appassionanti – nessuno dà ancora conto. Anche se l’impressione, per non dire il fondato sospetto, è che sia questo il nodo della contesa: quale immagine far emergere, quale titolo imporre, dove focalizzare l’attenzione. Rispetto alla gestione della scena, le voci "di dentro" suonano terribilmente flebili. Eppure non c’è battuta, oggi, non c’è manifesto, non c’è campagna, non c’è telefonata (con il presidente degli Stati Uniti o con il direttore del tg), non c’è impiccio giudiziario, non c’è provvedimento legislativo, ecco, in una parola non c’è atto politico che non vada calibrato e non venga sagomato a partire dagli effetti che è destinato a creare in un mondo e lungo un orizzonte in cui tutti stanno sostanzialmente a guardare. E giudicano, giorno per giorno (mica solo la mattina delle elezioni), su quello e per quello che hanno visto. In questo senso si può ipotizzare che le tecnologie hanno preso il sopravvento, ai limiti e talvolta al di là di ogni originaria intenzione e differenza di contenuti. Per questo, anche se magari può far sorridere, la vita dei politici è andata affollandosi di truccatori, elettricisti, sarti, massaggiatori, specialisti di grafica computerizzata, esperti di riprese e applausi sonori. Per le stesse ragioni, tra le nuove professionalità richieste per ottimizzare i risultati in termini audience nei tg e nei salotti televisivi, servono psichiatri, comici, "cattivi" riconoscibili, come pure "buoni" di sicuro e provvido effetto, presentatori simpatici, atleti famosi, attrici belle, teneri bambini, fotografi personali e registi.
Fa riflettere come una delle novità incarnatesi nel presente – Nanni Moretti – sia appunto un affermato regista. Ma è la regia, più in generale, intesa come attività e anche come risonanza simbolica, a caricarsi di nuovi significati civili. Si ricorderà come il vecchio Nenni, entrando a Palazzo Chigi da vicepresidente del primo governo di centro-sinistra, ricercasse (invano) "la stanza dei bottoni", metafora del comando in epoca industriale. Bene, per uno di quegli spostamenti linguistici che non richiedono troppe spiegazioni, nell’era presente "la stanza dei bottoni" è divenuta, sintomaticamente, "la cabina di regia". Non c’è chi non la invochi come sinonimo di una nuova potenza, all’altezza dei tempi, che si sostanzia nel mostrare, trasmettere, choccare e dunque persuadere. Tanto più in presenza di un giornalismo che, voltate le spalle alle nobili risorse della parola scritta e dell’intelligenza critica, abbocca e facilissimamente si fa gabbare.
Il mezzo che si è mangiato il messaggio
In tale contesto, quella disciplina che va sotto il nome – invero asettico e perfino rassicurante – di comunicazione politica è divenuta essa stessa l’essenziale. Detta altrimenti: il mezzo si è mangiato il messaggio. Non solo, è anche accaduto che per rendersi ancora più efficace e strategica, per calamitare sempre meglio gli sguardi e catturare l’attenzione, questa stessa comunicazione politica abbia avuto la necessità di ricorrere agli originari dispositivi dello spettacolo, del teatro in particolare.
Non è questo un passaggio che non abbia avuto un prezzo; e tanto più salato e difficile da accettare da parte di chi apprezza il presente e ne trae legittimi vantaggi in termini economici o di prestigio. Perché il risultato di questa osmosi è che non è più la politica, come accadeva fino a qualche tempo fa, a usare lo spettacolo, ma è esattamente quest’ultimo che, chiamato a sostituire gli antichi legami e preso a misura di ogni convenienza e legittimità, ha finito per assimilare la politica. Senza che la classe dirigente, ormai assuefattasi ai suoi stessi esibizionismi, se ne rendesse nemmeno conto.
Ma il processo comporta anche altri effetti, a catena. L’antica riserva del teatro ha infatti così profondamente condizionato e trasformato la vita pubblica da farla rassomigliare a quella non di ieri, bene o male segnata dalle logiche della democrazia, ma a quella dell’altroieri. Sono perciò riemersi i re assoluti, alcuni (come Bossi) con specifiche capacità meteorologiche, e con essi i troni (a TeleCamere), le incoronazioni (Rutelli al PalaVobis), i palazzi (Grazioli) e le ville reali (Arcore, Paraggi, La Certosa), l’apologetica (l’opuscolo Una storia italiana), le donazioni di massa (dagli orologi ai calcolatori passando per le dentiere), i miracoli (da parte del sovrano in vena taumaturgica). Quindi ha ribussato alle porte della Storia anche la corte, e con la corte i cortigiani, i servi, i buffoni, i preti scalmanati, gli oracoli o la voce del popolo (comunque in forma di sondaggi), ma anche i salvacondotti (vedi le leggi per rendere intoccabili i governanti).
Tutto questo convive più o meno allegramente, sui giornali e in Tv, con quanto c’era prima, a cominciare dal Parlamento. Che lo abbia arricchito è, a essere sinceri, piuttosto difficile da sostenere. Lo ha, semmai, reso più straniante, come dimostra la personale metamorfosi di una giovane presidente di Montecitorio che, pur figlia di attori, nel giro di un paio d’anni è passata dalla guida austera e severa dell’Assemblea alla conduzione inguainata e leopardata di un talk-show.
Niente di male. E tuttavia la deriva luccicante e macroscopica dell’odierna politica dovrebbe spingere a guardare ai protagonisti con un occhio più disincantato. I politici di oggi, per lo più, fanno ridere senza divertire. Ma con lo stesso spirito, d’altra parte, sarebbe dissennato gridare al lupo. In ogni caso va da sé che non si torna indietro. Le avversioni, le liturgie, le sfumature, le compostezze, le combinazioni e anche le noie desolanti della Prima Repubblica corrispondevano a una società che non c’è più. Il rischio vero, semmai, sta nella pigrizia di negare il cambiamento, nella fatica di coltivare il tarlo del dubbio e della curiosità. Certo è difficile, di colpo, rinunciare alle proprie griglie interpretative. Ma discutere sul presente è pur sempre la via, specie quando vantaggi e svantaggi sono limitati, trovandoci tutti dentro un processo che prescinde – ed è quasi una fortuna – dalle volontà individuali.
Come sia accaduta la grande trasformazione sfociata in quello che avrei definito Il teatrone della politica. Come lo spettacolo ha preso il potere è forse troppo presto per dire compiutamente. Ma ci si può provare.
Come spesso accade, all’origine dei cambiamenti è da ricercare un trauma. In Italia non sembra difficile rinvenirlo in quanto è accaduto nel recente passato. Tutto è sembrato venir meno nel giro di qualche anno: ideologie, appartenenze, partiti di massa, moneta, grande industria, sovranità nazionale, legge proporzionale, legittimità di una classe politica che, seppure in via di abdicazione (si pensi alla tribolatissima elezione di Scalfaro), è stata scoperta (o non più tollerata, in quel momento) con le mani nel sacco. Questo venir meno di certezze ha in qualche modo spezzato le ginocchia alla rappresentanza, mettendo in crisi quel vincolo sacro che per decenni aveva orientato dal basso le parole e i gesti di tutta una classe politica.
La politica tra rappresentanza e nuova rappresentazione
Ma ecco che al vuoto di rappresentanza, comincia rapidamente a corrispondere un pieno di rappresentazioni. Ossia, la classe politica ritiene di far fronte al trauma e al suo relativo indebolimento mettendosi o rimettendosi in gioco secondo i canoni vigenti nel mondo – molto più complesso di quanto possa apparire – di uno spettacolo che si adatta, tecnologicamente, al mezzo di comunicazione più diffuso ed efficace. Nasce così il culto di quella terribile dea del Ventunesimo secolo, la Visibilità, che impone i suoi codici e pretende i suoi sacrifici sull’altare catodico. Ecco dunque il flusso costante di rappresentazioni, anche fra loro contraddittorie se non conflittuali, che comunque danno il segno (e il senso) di qualcosa che è vivo, ma più ancora ha la necessità di mostrarsi vivo. Per cui è naturale oggi che i politici facciano gli attori e accettino qualsiasi invito in qualsiasi trasmissione: "E sa perché? – ha spiegato una volta l’onorevole Mastella – Per non far dire in giro: ma quello è morto, non si vede più, politicamente". E infatti sempre più spesso si alzano dalle poltroncine bianche di Vespa e ballano, cantano, cucinano, giocano a tennis, recitano poesie in dialetto, si fanno togliere la cravatta dalle ballerine mezze nude. Ma a questo punto è anche normale che gli attori facciano politica. Così Dario Fo vuole presentarsi candidato sindaco di Milano, Beppe Grillo diffonde tematiche no-global, Luca Barbareschi s’impanca a fustigatore del trasformismo, Fiorello distribuisce patenti di simpatia e popolarità, Benigni diventa una bandiera. Non solo, ma nella corrente inversione di ruoli si dilata e diviene cruciale lo spazio intermedio della satira, con le sue deformazioni, i suoi cloni, gli imitatori, i sosia, le iene, i tapiri e i Gabibbi che suppliscono con i loro strumenti, con le loro scene a quanto la vecchia politica faceva e la nuova non riesce più a fare tanto bene: segnalazione degli avversari, agguati, colluttazioni, provocazioni, domande, proposte.
E’ questa l’evoluzione eminentemente televisiva della vita pubblica italiana, di cui ha dato conto per primo un giovane studioso, Gianmarco Navarini, che l’ha ricostruita a partire da Le forme rituali della politica. Rispetto a questa trasformazione il giornalismo appare in ritardo, e – quel che è più grave – anche poco interessato. Trascura la circostanza che l’arte politica, da astratta che era, è diventata, anzi è ritornata ad essere eminentemente figurativa. Sottovaluta la crescente messe di trucchi – anch’essi mutuati dal teatro – che i nuovi apparati di persuasione mettono in scena giorno dopo giorno. Non si sofferma quanto dovrebbe sull’importanza che nella nuova cornice visiva – e a volte visionaria – hanno finito per assumere la faccia, la bellezza, il corpo, i gesti (il mimo), la nudità, la presenza femminile mirata (madrine, stelline, miss), gli schermi giganteschi, i giochi degli specchi, le musiche, le ambientazioni fantasmagoriche e posticce, gli oggetti (la scrivania del Contratto) e gli ingegni di scena (le nuvolette dei fondali), i travestimenti, i mezzi spettacolari di locomozione (pullman, treno, nave elettorale), i simboli. Quanto serve, in fondo, per conquistare, orientare o distogliere lo sguardo, spesso ai limiti dell’esperienza ipnotica. Quando si dice che le rappresentazioni esercitano il loro dominio, si dice anche, implicitamente, che i leader sono costretti a recitare in forma di serial copioni antichi riadattandoli al presente. Così, i personaggi che essi interpretano tornano a essere quelli che, in un tempo lontano, giravano per le piazze con i loro carri e i loro palcoscenici smontabili: protettori, seduttori, imbonitori, illusionisti.
Anche il loro repertorio trae ispirazione da quei teatri. Solo che oggi si chiama format. Per cui giurano, solennemente, i capi di oggi; si bagnano nella folla all’ora dei tg; si emozionano e piangono spesso; hanno un cuore d’oro; incontrano e salvano bimbi; raccontano tutto di loro stessi, quando l’hanno fatto la prima volta, e con chi, secondo l’aurea legge del salotto televisivo che impone la privatizzazione del pubblico e la pubblicizzazione del privato. E infine duellano in quelle moderne arene che sono, anche dal punto di vista scenografico, i talk-show. Come gladiatori un po’ tronfi e un altro po’ immalinconiti. E quando c’è lo stacco pubblicitario respirano profondo e recuperano le forze, e passa l’inserviente con un tampone a detergergli il sudore. Nulla di male, però basta saperlo. Il giornalismo sembra invece seguire il tutto con i criteri e gli strumenti del passato. Eppure nessuno meglio della parola scritta potrebbe aiutare il pubblico a capire meglio la differenza che passa tra il reale e la sua messa in scena. A prevenire i rischi di manipolazione e mistificazione che diventano seri proprio quando non si paga il biglietto. A far valere pian piano, con umana comprensione e senza prendersi troppo sul serio, i diritti degli spettatori. Che in fondo veri diritti sono. Nuovi diritti per una politica che nel futuro ritorna antica.
Voci correlate:
Nel suo discorso in occasione della consegna dei premi da parte della BZ ai giornalisti locali e del premio dell’Espace Media Swiss Press Photo 2005, il consigliere federale svizzero Christoph Blocher ha trattato delle difficoltà a riconoscere la realtà. In questo contesto ha paragonato il lavoro del giornalista a quello del politico.
I giornalisti appartengono a una categoria professionale poco invidiabile: ogni giorno devono riempire gli spazi bianchi dei giornali, indipendentemente dal fatto se è successo molto o poco; devono descrivere la realtà anche se, consciamente o inconsciamente, essa viene loro celata. Esistono veramente professioni più facili di quella del giornalista. Ora però è meglio che mi domini, altrimenti finisco per assumere toni da assistente spirituale …
Le grandi cose nei piccoli dettagli
Se vogliamo capire la vocazione del giornalista, basta rifarsi alla designazione della professione stessa. In essa riconosceremo una persona che ama lavorare per il giorno. Il "giornalista" lavora per l’oggi, per il giorno. Né più. Ma nemmeno di meno. Oggi celebriamo – sottolineo – a ragione il giornalista locale, colui che racconta quel che accade ogni giorno nel piccolo. Il giornalista locale vede cose grandiose in quelle piccole di ogni giorno. Descrive la continuità nella fugacità e la straordinarietà nella quotidianità. Le professioni di giornalista locale e di fotogiornalista si ispirano al pensiero di fondo del grande pittore svizzero Albert Anker secondo cui nelle piccole cose di ogni giorno sarebbe ritratta la grandiosità di tutto il mondo.
È molto difficile riuscire a far capire le grandi cose dai piccoli dettagli. E il mondo del giornalismo è simile a quello della politica: hanno vita facile quei politici che raccontano fanfaronate innocuamente sui grandi avvenimenti mondiali, che descrivono la "politica estera mondiale" e che la vogliono realizzare senza essere autorizzati a farlo e che quindi credono di poter risolvere la fame mondiale, i cambiamenti climatici e altri problemi mondiali. Predicano bene, sono uomini buoni e non vengono misurati in base alle loro azioni. La vita diventa più difficile quando si tratta della realtà concreta.
Colui che deve veramente affermarsi è il politico locale. Lui viene misurato in base ai risultati concreti. In base a cose così disadorne come il tasso d’imposta o il conto degli investimenti. Su di lui è puntato lo sguardo critico dei cittadini. Ogni giorno. E le scuse vengono accettate soltanto raramente. Se il conto finanziario è errato, nessun consigliere comunale potrà attribuire la colpa all’influenza aviaria o alla globalizzazione. I piedi del politico locale vengono sempre riportati sulla terra. A giusto titolo. E non da ultimo sono i giornalisti locali che devono ancorare i piedi dei politici sulla terra e obbligarli ad adempiere ogni giorno i loro obblighi. Questo è il vostro compito. Non è un compito facile, ma importante.
Descrivere la realtà
Noi politici rappresentiamo, per così dire, l’aspetto parlato del giornalismo. Anche noi siamo esposti alla lotta quotidiana per la sopravvivenza, pecchiamo di presunzione e dobbiamo collaborare con gli avversari più accaniti – volenti o nolenti. L’attività principale del giornalista consiste nello scrivere, il politico, invece, parla. Il politico attivo sul piano esecutivo, oltre a parlare, dovrebbe anche agire. E per agire in modo corretto, occorre in prima linea riconoscere i problemi. Chi ha esperienza nell’ambito della conduzione sa quanto sia difficile riconoscere la realtà. Qual è la realtà delle cose? Questa è la domanda inquietante che si deve porre qualsiasi superiore degno di questo nome. Chi non sa qual è la realtà delle cose non può nemmeno riconoscere il problema, figuriamoci risolverlo.
Purtroppo l’uomo tende a ignorare, ad abbellire o a reprimere la realtà. Sono soprattutto le persone che si attribuiscono qualità moralmente edificanti che tendono a reprimere, perché hanno paura che la realtà possa essere peggiore di quanto non vorrebbero che fosse. Questi moralisti, soprattutto quando si trovano al centro dell’attenzione, fanno di tutto per abbellire la realtà in modo da potersi mostrare nella luce migliore. In generale, l’uomo pensa che tutto andrà per il meglio soltanto se si descrive lo stato delle cose nel modo in cui si vorrebbe fosse visto. E quando, in un secondo tempo, quest’illusione autofabbricata apparirà sui piccoli schermi e sui giornali, è chiaro che si prenderà volentieri tale surrogato edulcorato della realtà per oro colato.
Fortunatamente questo sistema d’illusioni ha vita breve. La realtà è più forte di qualsiasi tentativo di manipolazione. Quanto prima torna alla luce, tanto meno gravido di conseguenze sarà questo processo di chiarificazione. Chi, sia a livello locale sia a livello interregionale, è confrontato a simili processi di abbellimento e di repressione, tipici dell’imperfezione umana, percepisce allo stesso tempo l’influsso della forza opposta che consiste nella sola rappresentazione della realtà. Soprattutto il giornalista locale, che lavora molto vicino alla realtà, si trova quasi automaticamente in una situazione di dualismo: deve mascherare, in malafede, i fatti o descrivere la realtà e quindi opporsi al potere e agli uomini di potere? E quest’ultima è una scelta che, a volte, può essere pericolosa. Fatela comunque; anzi, proprio per questo motivo! Descrivete la realtà! Questo è il Vostro importante compito in quanto giornalisti.
Descrivere la realtà! Il titolo del mio discorso rappresenta nel contempo l’eredità giornalistica del fondatore della rivista "Der Spiegel", Rudolf Augstein, un grande pubblicista secondo il quale "informare correttamente vuol già dire cambiare".
Ma se informare correttamente equivale a operare cambiamenti, quali sono le ripercussioni di una notizia falsa? Anche le notizie false devono operare cambiamenti. Devono modificare la realtà, ossia falsificarla e ciò soprattutto a favore del manipolatore. Questo è lo scopo, nudo e crudo, dei falsari della realtà; uno scopo noto non soltanto ai generali in guerra, ai dittatori, ai monarchi, ai Governi… e agli incaricati dell’informazione, ma anche a voi in quanto giornalisti. Le notizie false hanno lo scopo di nascondere la realtà. Questa è la loro ragion d’essere. Non è raro che siano proprio i politici ad abbellire errori e insuccessi, per mettere il loro lavoro in buona luce. E questo è comprensibile, poiché anche i politici amano essere applauditi dalla folla. Essi pensano che la loro intera sopravvivenza politica dipenda dal consenso dell’opinione pubblica. Si può quindi dare per scontato che, di tanto in tanto, un paio di fatti vengano distorti, taciuti o abbelliti.
Questo comunque non vale soltanto per la politica. Anche il mondo economico, la chiesa, la società, così come la vita privata conoscono persone che non sono immuni dalla tentazione di travisare la realtà.
Descrivere la realtà come attività sovversiva
Dar voce alla realtà! Descrivere la realtà! In questo contesto, ritrarre la realtà può – come già detto – diventare improvvisamente un’attività molto sovversiva e pericolosa. Come vedete, la professione del giornalista è pericolosa. Non quando alterate i fatti, ma piuttosto quando esponete i fatti come si presentano nella realtà. I buoni giornalisti sono dei detective, degli agitatori, dei sobillatori, persone scomode, insomma. Le persone bisognose di amore non ci si ritrovano. Si trovano meglio nella politica. A questo punto vi chiedo: vi potete identificare con la vostra missione? Volete davvero portare questo fardello sulle vostre spalle? Voi giornalisti non siete davvero da invidiare, poiché spesso non avete vita facile. Che tipo d’informazioni ottenete? Spesso ricevete soltanto rapporti abbelliti, testi di stampa seducenti, informazioni filtrate. Dovete interpretare le parole dei relatori ufficiali come se fossero le risposte dell’Oracolo di Delfi. Spesso ricevete soltanto mezze verità, e questo, di norma, è peggio che non ricevere alcuna informazione.
Descrivere la realtà o applicare un modello pedagogizzante?
Forse non ascoltate volentieri le mie parole, poiché "descrivere la realtà" non corrisponde allo spirito del tempo. Anzi, forse questo motto vi viene pure un pò a noia. Dobbiamo ammettere che molti giornalisti sono paragonabili a buoni educatori. Vogliono cambiare e migliorare il mondo, l’umanità, la Svizzera, il Consiglio federale, Blocher stesso – e, improvvisamente, escono dai panni del giornalista e, forse nolenti, mettono quelli del politico. Così facendo, minate il fondamento della professione del giornalista. Diventate meno credibili, siete meno rispettati e, soprattutto, non avete più influsso sull’opinione pubblica. Perdete il vostro capitale, il vostro influsso è il potere della concretezza! Questa consapevolezza vi permetterà d’individuare coloro che negano o abbelliscono la realtà, i manipolatori – in sostanza, tutti coloro che credono di poter restare al potere coprendosi di misteri, assumendo toni moralistici inopportuni e propinando verità esclusive, perché in tal modo riescono a dare un’apparenza positiva alle loro lacune e alle loro incapacità.
A tal fine, è tuttavia necessario che nei media, nella politica e nella società regni un clima aperto. Se così non è, voi venite criticati, puniti e messi da parte. Il potere democratico si basa pur sempre sul fondamento della trasparenza. E in questo contesto ritengo che i giornalisti siano particolarmente avvantaggiati. Hanno vita più facile rispetto agli uomini di potere o ai politici. Questi ultimi non possono dire tutto ciò che pensano; anzi, spesso non possono nemmeno dire quale sia la realtà delle cose. Il giornalista può e deve prendersi questa libertà.
Nulla di nuovo sotto la luce del sole
Rappresentare la realtà può diventare un compito pericoloso. Molte persone hanno addirittura sacrificato la loro vita soltanto perché hanno descritto la realtà. La storia mondiale è costellata di roghi. Ma questi uomini hanno fatto la storia. È chiaro che oggi voi non dovete più spingervi tanto lontano. Non va tuttavia sottaciuto il fatto che anche nel 2005 gli anticonformisti non siano del tutto al riparo. Nemmeno le democrazie, tra cui anche la nostra, sono immuni dalle oppressioni. Il peggio si scatena quando è ammessa un’unica opinione. Quando gli uomini al potere, coloro che creano l’opinione pubblica, i politici e i giornalisti, si accordano su un’unica opinione e condannano immediatamente al rogo mediatico chiunque non la condivida appieno. La rappresentazione travisata della realtà diventa una bugia, cui tutti acconsentono. Questo è il pericolo cui è esposta un’epoca che – teoricamente – predica e sostiene di vivere l’informazione pluralista. Tutte le democrazie sono esposte a questa minaccia. Sapete bene di che cosa sto parlando. Voi tutti lo conoscete: il mainstream in cui navigano anche i giornalisti.
A tutti voi è sicuramente nota la storia del destino di Galileo Galilei. Con il suo telescopio, lo scienziato fiorentino scoprì i quattro satelliti di Giove far capolino da dietro il pianeta per poi sparire nuovamente. Questi satelliti ruotavano attorno al pianeta. Secondo la leggenda Galileo sollecitò i cardinali a guardare attraverso il suo telescopio per vedere la realtà! Ma i cardinali si rifiutarono di farlo. Per motivi validi. Non perché erano stolti o ignoranti in materia di astronomia. Semplicemente perché temevono i fatti inconfutabili e le conseguenze ad essi associate.
Gli ecclesiastici temevano di perdere la loro sovranità morale sullo spazio atmosferico. Temevano che la descrizione della realtà pregiudicasse l’intera autorità ecclesiastica. Chi contrasta la morale in vigore deve o essere messo a tacere o allontanato, oppure deve ritrattare. Qui non c’è tempo per controbattere. Galileo ritrattò dicendo "con cuor sincero e fede non fìnta abiuro". Visto che la realtà non è confutabile, colui che la riproduce fedelmente deve essere o eliminato o messo a tacere.
Signore e Signori, egregi giornalisti locali e fotogiornalisti. Siete voi che lavorate con i metodi di Galileo. Siete voi che, nelle vostre mani, tenete le lenti d’ingrandimento, i cannocchiali e le lenti fotografiche.
Chiedete, criticate, non fidatevi degli uomini di potere e della potenza. Schivate le spire dell’opportunismo. Ma non fatelo per imporre la vostra opinione politica o quella di chicchessia, fatelo per descrivere la realtà! Non votatevi ad alcuna opinione. Così, forse, non sarete amati ma sarete riconosciuti e forse anche temuti. Portate alla luce gli argomenti, costringete i Signori cardinali di oggi a guardare attraverso le lenti. E le Signore e i Signori cardinali – non importa se laici, religiosi o atei – si rifiuteranno di farlo. Come in passato. Forse sarete tacciati d’eresia giornalistica o fotografica. Non importa. Ciò che scrivete e documentate non è indirizzato a voi stessi, all’Inquisizione, ai cardinali, ma alla collettività, ai cittadini che hanno il diritto di conoscere la realtà.
Questo è un giorno speciale. Sì, perché non accade spesso che siate onorati per il lavoro che svolgete. Condivido la vostra gioia.
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