Non prendere sempre degli appunti

Denota la vanità tipica di colei o colui che si sente al di sopra delle esperienze umane …

Ci sono due eventi nella nostra storia che riassumono e racchiudono in sé la differenza sostanziale che c’è tra credere e capire una determinata cosa: Alesia e Adua. Due battaglie epiche, la prima che dimostra la capacità di sapere sfruttare a proprio favore l’esperienza dell’intera umanità, la seconda che invece la elude completamente: inutile raccontare a taluni quale delle due battaglie sia finita come, e ancora meno evidenziarne il perché, almeno finché l’incapacità di capire – ciò che altri prima e meglio di loro hanno capito – resta per costoro tuttora forse l’unico ma proprio per questo motivo il loro peggior difetto.

Pertanto eludere l’esperienza dell’umanità si legge così:

"Quando si vuole indicare un momento particolarmente tragico delle Forze armate, dall’unità ad oggi, che è venuto ad incidere l’essenza del nostro spirito di appartenenza nazionale, si fa inevitabilmente riferimento a Caporetto e all’8 settembre del 1943, località e data che sono entrate di forza nell’immaginario collettivo, tanto da indurre, anche di recente, taluni storici accreditati a far coincidere con l’armistizio italiano nella II^ guerra mondiale la morte della Patria. Analoga considerazione può, in un certo senso, svolgersi per i fatti di Adua che, il 1° marzo 1896, determinarono la disfatta del Corpo di operazione dell’Esercito italiano in terra d’Africa, in uno scontro particolarmente cruento con le truppe abissine del Negus Menelik. Ne furono testimonianza i 5.600 caduti, i circa 500 feriti ed i 1.500 prigionieri, numero di perdite di gran lunga superiore a quello dell’intero periodo risorgimentale …" [ tratto da "Adua - I perchè di una sconfitta" di Giuseppe Governale ]

Mentre non eludere l’esperienza dell’umanità si legge così:

"Un giovane storico contemporaneo, autore di molti testi di storia militare, Andrea Frediani (Le grandi battaglie di Giulio Cesare) nota che si concludeva così il primo e unico tentativo di sollevazione generale della Gallia, con la clamorosa vittoria campale di un esercito assediato di neanche 50mila uomini, contro una massa di oltre 350mila guerrieri. Non era stato sufficiente ai Galli unire per una volta tutte le forze, far scendere in campo centinaia di migliaia di uomini, accerchiare il nemico, disporre di un capo tra i più valenti che la Storia ricordi: c’era Giulio Cesare, dall’altra parte, con la sua determinazione e il suo coraggio, e con soldati addestrati a sopportare qualsiasi avversità e ad affrontare qualsiasi pericolo. Si può ben dire che l’esercito delle ultime campagne galliche di Cesare fu, soprattutto per merito del suo artefice, una delle armate più efficienti e implacabili che la storia militare abbia mai prodotto …" [ tratto da "I giorni che hanno cambiato la Storia - La battaglia di Alesia" di Benedetto Testa ]

Ovviamente non prendere sempre degli appunti non significa esporsi al rischio di morire in una battaglia, tuttavia ciò non significa che tale atteggiamento non possa provocare la morte in altri campi delle attività umane. Si pensi qui agli ospedali italiani, dove gli errori – ripetuti negli anni, senza mai alcunché correggere – hanno provocato e continuano a provocare ogni anno l’evitabile morte di migliaia di persone. Non si parla qui di errori che sono da attribuire a circostanze casuali, bensì dovuti all’incapacità del personale sanitario. Sono errori banali, esattamente come quelli che sono stati commessi durante la battaglia di Adua. Cambia il luogo e la circostanza, ma le sconfitte italiane hanno sempre la medesima causa: eludere l’esperienza dell’umanità.

Sicché credere e capire non sono la stessa cosa. Credere significa porre la propria fiducia in qualcosa che non si sa con certezza, mentre capire vuol dire non eludere l’esperienza che lo evidenzia. Nel primo caso abbiamo a che fare con il soggetto che non ha bisogno di prove oggettive per correggere la sua opinione, nel secondo abbiamo invece l’individuo che non vuole fidarsi di ciò che i suoi sensi gli trasmettono. Non prendere sempre degli appunti significa pertanto eludere l’esperienza dell’intera umanità. Ovviamente chi è solito agire in tal senso, non ha mai colpa, per l’appunto perché non si può verificare una mancanza negando l’evidenza. Adesso qualcuno, forse, ha intuito il perché la nostra storia dall’Unita nazionale ad oggi si legge come un’incessante sconfitta. Forse.

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Questo articolo è stato pubblicato lunedì, 20 luglio 2009 alle 12:45 e classificato in Ai ragazzi. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi inviare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

1 Commento a “Non prendere sempre degli appunti”

  1. I grandi errori degli studenti italiani | Scuola Mondo Net scrive:

    [...] in modo attivo – infastidire i compagni – non stare seduti e composti durante la lezione – non prendere sempre degli appunti – non domandare se non si ha capito la lezione – non fare i compiti – dimenticare il materiale [...]

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